
In Italia, solo il 24% delle posizioni da CEO è ricoperto da donne. Un dato che fa riflettere, soprattutto considerando le competenze spesso equivalenti, se non superiori. Perché, allora, il gender gap persiste nei ruoli leadership?
Secondo il Global Gender Gap Report 2022, a livello globale le donne rappresentano appena il 31.7% dei leader. Empatia, ascolto e resilienza sono qualità premiate, ma raramente monetizzate. Un paradosso che penalizza il progresso.
Esempi come l’iniziativa #Breaktheceiling di ADP dimostrano che il cambiamento è possibile: con politiche mirate, hanno aumentato del 20% le donne in posizioni executive. Serve un’inversione di rotta culturale.
Il gender pay gap non risparmia neppure le posizioni dirigenziali. A parità di competenze, le donne guadagnano meno, e l’Italia non fa eccezione: secondo l’ISTAT, il divario è del 18%.

Mentre in Norvegia il 40% dei consigli di amministrazione è femminile, in Italia solo il 16% delle donne ricopre ruoli da CEO. Un gap culturale che si riflette sui salari.
Esempi virtuosi arrivano dalla Francia: micro-nidi e sgravi fiscali hanno aumentato del 32% la retention femminile. Servono politiche mirate.
Più si sale, più il divario cresce: ai vertici, le donne percepiscono il 23% in meno. Eppure, i dati McKinsey rivelano che team con leader femminili hanno il 21% di probabilità in più di performare meglio.
Un uomo deciso è un leader, una donna decisa è aggressiva: il paradosso dei pregiudizi. Gli stereotipi genere influenzano le valutazioni più di quanto si creda, soprattutto quando si parla di retribuzione.

Il 68% delle donne in ruoli dirigenziali viene percepito come “troppo aggressivo” se assertivo. Lo stesso comportamento, in un uomo, è spesso definito “carismatico”.
Virginia Magliulo di ADP racconta: “Durante le riunioni, notavo che le mie domande ottenevano risposte rivolte ai colleghi uomini”. Un esempio concreto di come i pregiudizi inconsci operino nei contesti lavorativi.
Il 43% delle donne CEO viene nominato durante crisi aziendali. Un fenomeno chiamato glass cliff, dove il potere arriva in momenti di difficoltà.
In Italia, tre casi recenti mostrano questo pattern:
Margaret Thatcher ne è l’esempio storico: diventò premier britannica proprio durante la crisi inflazionistica del 1979.

Empatia e ascolto: due qualità spesso associate alle donne leader, ma raramente riconosciute nei pacchetti retributivi. Uno studio Gallup rivela che le aziende con capi femminili registrano il 19% in più di soddisfazione del team. Eppure, queste competenze valgono il 12% in meno durante le trattative salariali.
Mentre Jeff Bezos ha plasmato Amazon con uno stile leadership direttivo, Indra Nooyi alla guida di PepsiCo ha puntato sulla costruzione relazioni. Risultati a 10 anni? Entrambi hanno raddoppiato i ricavi, ma il compenso di Nooyi è stato il 30% inferiore.
Il Boston Consulting Group calcola che la leadership trasformazionale – tipicamente più femminile – aumenti la produttività del 15%. “Il mio approccio inclusivo ha ridotto il turnover del 28%”, racconta una manager di Unilever Italia. “Ma il mio bonus è rimasto invariato.”
Elena Goitini, ex AD di Generali, conferma: “Ho superato gli obiettivi del mio predecessore, ma il compenso era più basso del 30%.” Un paradosso, considerando che l’OECD rileva come le donne investano il 37% di tempo in più nella formazione del team.
Costruire fiducia paga, ma non sempre in termini economici. Eppure, in un mondo post-pandemico che richiede flessibilità, queste qualità sono diventate asset strategici. La sfida? Farle riconoscere anche nei conti in banca.
Ridurre il divario retributivo tra uomini e donne richiede azioni concrete, non solo parole. Le aziende più avanzate stanno dimostrando che cambiare è possibile, con risultati misurabili.
Alcune realtà hanno già adottato misure efficaci. Salesforce, per esempio, ha investito 8 milioni di dollari per correggere le disparità salariali. Risultato? Oggi il loro lavoro è un modello globale.
Il programma Lift as You Climb di ADP ha aumentato del 35% le promozioni interne per altre donne in due anni. “Il supporto tra colleghe accelera la crescita”, spiega una partecipante.
Reti come WISTER, con 15.000 professioniste italiane, creano opportunità concrete:
Il cambiamento verso un mondo lavorativo più equo è già iniziato. Secondo il World Economic Forum, raggiungeremo la parità nei vertici entro il 2154. Troppo tardi? Forse, ma i dati MSCI mostrano che le aziende con più diversità hanno un ROI superiore del 15%.
Le nuove generazioni stanno accelerando questo processo. L’85% dei giovani under 24 valuta le politiche di inclusione prima di scegliere un lavoro. Un’idea che sta rivoluzionando il mercato.
La tecnologia aiuta a eliminare i pregiudizi. Piattaforme con intelligenza artificiale analizzano le performance senza conoscere il genere. Intanto, sette paesi UE hanno adottato l’obbligo di trasparenza salariale.
Cosa possono fare i manager da subito?
Il futuro è un equilibrio dove talento e opportunità non avranno etichette. Sta a noi costruirlo oggi.